Abilismo: cos’è, significato ed esempi di discriminazione quotidiana
L’abilismo nella vita quotidiana
Ogni spazio che attraversiamo racconta una storia e rende tangibile una scelta. La presenza di un gradino davanti a un ingresso sta implicitamente decidendo chi ha il diritto di entrare, di lavorare, di studiare, di esistere nella sfera pubblica e come. Lo spazio fisico non è mai neutro: è il riflesso materiale di un ordine sociale che abbiamo interiorizzato a tal punto da non vederlo più.
Ma chi ha deciso quest’ordine? E che cosa accadrebbe se iniziassimo davvero a interrogarci su di esso, a non darlo più per scontato e a metterlo in discussione?
Non porci queste domande è già, in sé, un atto di abilismo.
Abilismo: la discriminazione basata sul mito della “normalità”
L’abilismo è un termine che può trarre in inganno, perché porta con sé un’ambiguità semantica: la sua radice, “abilità”, è percepita in un’accezione positiva.
In realtà è una forma di discriminazione nei confronti delle persone con disabilità che nasce dalla convinzione che esista uno standard corporeo, percettivo e cognitivo; tutto quello che se ne discosta viene considerato come un difetto, una deviazione e una mancanza.
È una discriminazione difficile da decostruire proprio perché spesso è implicita. Si annida negli atteggiamenti, nel linguaggio, nelle strutture. E si nasconde, con particolare efficacia, dietro a gesti apparentemente inclusivi.
La piramide dell’abilismo: dalle micro-aggressioni alla violenza sistemica
Per comprendere meglio come si manifesta, possiamo rifarci alla piramide dell’abilismo che ne illustra le diverse manifestazioni. In cima ci sono le forme inequivocabili di discriminazione come la violenza, la segregazione, la negazione dei diritti. Sono quelle che suscitano indignazione perché appaiono esplicitamente per quello che sono: ingiustizie.
Ma alla base della piramide, proprio perché sono così quotidiane e socialmente accettate, si nascondono quelle forme più sottili, che spesso non riconosciamo e fatichiamo a mettere in discussione e che tuttavia contribuiscono a perpetuare un sistema discriminatorio.

Forme sottili di abilismo: patologizzazione, eroismo e neutralizzazione
Assistiamo continuamente alla patologizzazione della disabilità: guardare ad essa come ad un qualcosa di tragico è una forma di discriminazione abilista. Associarla automaticamente a una “vita ridotta”, segnata dalla sofferenza, riflette uno sguardo esterno che sostituisce la conoscenza dell’esperienza vissuta con una proiezione stereotipata.
Allo stesso modo, anche la sovraesposizione eroica— “sei un esempio”, “sei un eroe” —può sembrare positiva, ma crea una distanza: trasforma ciò che è ordinario in qualcosa di straordinario. il messaggio implicito è che da quella persona ci si aspettava meno, o nulla. L’ammirazione, in questo caso, non eleva: rivela una aspettativa di inferiorità. La persona eroicizzata smette di essere una persona comune con una vita complessa, con difetti, contraddizioni, giorni difficili e diventa una figura simbolica, un modello da ammirare.
Anche la retorica della neutralizzazione della differenza “Sei come gli altri, siamo tutti uguali” può essere considerata una forma di inclusione condizionata. Mettere tutti sullo stesso piano elimina la differenza e con essa tutto ciò che quella differenza comporta concretamente: bisogni specifici, barriere reali, modi diversi di accedere agli spazi e alle informazioni. In questo modo è come se si dicesse: ti includo, ma a patto che tu non sia quello che sei.
Inspiration Porn: la disabilità come narrazione motivazionale nei media
I media agiscono come una cassa di risonanza dell’abilismo, rafforzando questo tipo di narrazione nociva: le persone con disabilità appaiono quasi esclusivamente per far piangere o far applaudire, fanno da vittime o da eroi, raramente vengono riconosciute le loro vere competenze e il loro lavoro. È solo la disabilità che fa audience.
È quello che viene definito inspiration porn, espressione introdotta dalla giornalista e attivista australiana Stella Young. Nel suo TED Talk diventato virale ha affrontato i meccanismi che abbiamo descritto e raccontato di come le persone con disabilità vengano trasformate in “carburante motivazionale” per chi non vive quella condizione, oggettivizzate per far sentire meglio gli altri o per spronarli a non lamentarsi dei propri problemi.
Verso una prospettiva anti-abilista: il ruolo del contesto e dell’ambiente
Queste manifestazioni si basano sull’idea che la disabilità sia un limite individuale da superare, ponendo l’accento sulla persona e sulla sua forza di volontà e non sul contesto che, invece, raramente viene messo in discussione. Se il successo dipende dal coraggio individuale, allora lo spazio, la struttura e le istituzioni non hanno più l’obbligo di cambiare.
Un punto di vista anti-abilista, invece, rovescia questo schema, vede la disabilità come il risultato dell’interazione tra individuo e ambiente. Non è la persona a dover “superare” qualcosa; è il contesto che deve smettere di costruire barriere.
Rileggere l’empatia contro l’abilismo
Alla luce di queste considerazioni, anche il modo in cui parliamo di empatia merita di essere riletto. Spesso la intendiamo come il metterci nei panni degli altri immaginando come potrebbero sentirsi, ma avendo sempre come riferimento la nostra visione del mondo. È un’empatia riflessa che genera pietà o ammirazione, ma che parte sempre da sé. Assumere di sapere è già una forma di sopraffazione.
Mettere in discussione quell’ordine sociale, per tornare alla domanda da cui siamo partiti, significa rinunciare a questa posizione comoda e accettare di non avere risposte immediate. Significa praticare un’empatia che non serve a farci sentire “dalla parte giusta”, ma a porci le domande che contano: per chi è stato pensato questo mondo? Cosa continuiamo a non vedere?
Design for All: progettare a partire dalla diversità
All’interno di questo stesso orizzonte di domande si colloca anche il Design for All, un approccio progettuale che mira a rendere spazi, oggetti, informazioni e sistemi di comunicazione accessibili a tutte le persone, indipendentemente dalle loro capacità fisiche, sensoriali o cognitive. È un modo diverso di pensare sin dall’origine, che riconosce nelle diversità una condizione ordinaria dell’essere umano. Invece di costruire barriere e poi cercare di rimediare, chiede di fare un passo indietro e pensare sin dall’inizio alla pluralità umana.
Contrastare l’abilismo significa mettere in discussione le strutture sociali, culturali e spaziali che lo rendono invisibile, e capire che siamo noi a poter dare ordine al nostro futuro, senza che questo ci travolga.
E tu, sei disposto a mettere in discussione ciò che consideri normale?
